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14/05/2014 Confcooperative
"No alla vendita del pesce in barca"

Preoccupazioni di carattere sanitario e per il consumatore sta destando fra gli operatori regionali della pesca la diffusione della pratica di vendere il pesce direttamente in barca: «Un vero e proprio ritorno al passato – denuncia Fabrizio Regeni, presidente di Federcoopesca Fvg (Confcooperative Fvg) che associa 16 cooperative con oltre 400 soci – il quale ci fa fare un passo indietro dopo tutto il lavoro che abbiamo fatto, come sistema regionale della pesca e come cooperative in particolare, per mettere in regola dal punto di vista sanitario i punti di sbarco del pescato e i mercati ittici».

Regeni punta il dito verso le organizzazioni che sostengono la pratica che si sta diffondendo (sotto le bandiere gialle di coloro che si fanno paladini della difesa del consumatori), e sottolinea il rischio di destrutturazione dell’intero comparto pesca regionale che, invece, ha bisogno di garantire elevati standard di sicurezza alimentare e una filiera organizzata dalla pesca alla distribuzione alimentare.

La normativa consentirebbe di vendere direttamente in barca fino a 100 kg di pesce senza essere sottoposti a nessun controllo, ma anche bypassando il sistema dei mercati ittici e le loro certificazioni sanitarie. Le strutture dei mercati ittici, infatti, hanno ottenuto il bollo CE sulla sicurezza alimentare e sono di conseguenza sottoposte a controlli giornalieri per la verifica del rispetto delle caratteristiche sanitarie necessarie: «Questo è una garanzia per il consumatore, anche se per i soci è un aumento dei costi», spiega il presidente di Federcoopesca Fvg, che lamenta l’incoerenza della normativa e il rischio per la sicurezza alimentare, che potrebbe danneggiare l’intero comparto, anche quello della filiera organizzata.

«La deregulation crea una disparità tra chi è sottoposto a controlli e chi vende in barca, con un evidente danno per i primi, che si fanno carico di un impegnativo e costoso sistema di controlli a favore dei consumatori. Il rischio è che chi sostiene questa deregulation porti alla disgregazione della pesca organizzata, non facendo alla fine né il bene del settore né quello del consumatore», conclude Regeni.

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